Io obbligato ad imbarcarmi in Libia, in Italia ho avuto paura di morire

“Ho dormito tra i cartoni, per sopravvivere raccoglievo pomodori per 2 euro l’ora. Non avevo accesso all’acqua potabile, né alle cure mediche. Poi un mio compagno è morto e anch’io ho avuto paura di morire così ho lasciato l’Italia”.

Oltre la porta del rifugio della cappella Mon Gré di Losanna scopri un mondo quasi parallelo, fatto di storie, di occhi che parlano, di emozioni. Trovi tanti cocci di vite da rincollare. Ma ci sono anche sorrisi, tanti. I sorrisi degli ospiti e i sorrisi di chi si occupa di loro come Saphir. Studia psicologia ma appena ha un po’ tempo chiude i libri a va ad aiutare i dieci ospiti del rifugio. Saphir fa parte del Collettivo R, un’associazione nata un anno fa per aiutare quei migranti che altrimenti non aiuterebbe nessuno.

Sono scappati due volte. Dalla Guinea e dall’Eritrea prima e poi dall’Italia e dalla Spagna. E lì – nonostante il trattato di Dublino lo preveda – non vogliono tornare. Soprattutto non è lì che hanno trovato la pace.

Da un mese, in dieci sono ospitati nei locali della cappella Mon Gré a Losanna. Nonostante alcune resistenze da parte della Chiesa ufficiale, per il parroco Gabriel Pittet, “la situazione ora è tranquilla. Il consiglio della parrocchia ha deciso all’unanimità di accogliere i migranti”.

Tra loro c’è Abdullah, ventisette anni, originario della Guinea Bissau. Temendo per la sua vita ha dovuto abbandonare la sua casa. Abdullah è dovuto scappare dal suo villaggio perché un giorno mentre era al pascolo con il bestiame si è distratto e il fuoco che aveva accesso raggiunse il villaggio bruciando delle coltivazioni di altri cittadini. Il villaggio è insorto contro di lui, la sua casa è stata data alle fiamme. Così ha deciso di scappare. Un tassista lo ha aiutato ad arrivare in Senegal e poi ha proseguito fino in Mali dove capiva la lingua. Da lì è andato in Libia dove ha trovato solo chi lo sfruttava facendolo lavorare senza poi pagarlo. “Un giorno – racconta – mi hanno portato in riva al mare e mi hanno obbligato a salire sulla barca. Non ho pagato niente. Abbiamo passato quattro giorni in mare”.

Arrivato in Italia, è rimasto in Sicilia per sei mesi trascorsi i quali racconta di essere stato costretto ad abbandonare il centro che lo ospitava.

Insieme ad altri migranti è andato a Foggia. “Ho dormito tra i cartoni – racconta – per sopravvivere raccoglievo pomodori per 2 euro l’ora. Non avevo accesso all’acqua potabile, né alle cure mediche”. D’inverno faceva il mendicante. Me lo fa capire, “facevo così”, mi dice indicando il suo palmo della mano socchiusa. “Se ci penso mi fa male. Poi un mio compagno è morto e anch’io ho avuto paura di morire”. Abdullah si è fermato in Svizzera. Voleva andare in Germania ma non aveva abbastanza soldi. Qui ha trovato chi lo aiuta.

“Se non avessi trovato il collettivo – dice – sarei ancora preda degli stessi incubi che mi perseguitano da quando ho lasciato l’Italia”.

Abdullah non ha ancora ritrovato la pace ma è riuscito a non perdere il suo sorriso.

Jessica Cavallero

Foto: uno degli ospiti del rifugio di Mon Gré insieme ad una ragazza del collettivo R

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